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Streetwear una vera e propria cultura.


Cos’è lo streetwear ?


 

Questa domanda non conosce risposta universale. Bobby Hundreds, co-fondatore del brand storico street The Hundreds, è andato alla ricerca di una risposta il più universale possibile realizzando un documentario, Built to Fail, in cui lo streetwear per la prima volta viene raccontato da colossi del settore e personalità che hanno vissuto e contribuito alla nascita di questo movimento.

Ognuno di loro ha dato una propria definizione e interpretazione – dettata dalla singola esperienza vissuta – di streetwear. Hundreds ha radunato un grande numero di designer, fondatori di brand storici come Tommy Hilfiger, musicisti e rapper come ASAP Rocky, e insieme hanno parlato e si sono confrontati in merito al movimento, il quale se è vero che da una parte non ha una definizione chiara, dall’altra ha un valore culturale inestimabile.

Nonostante ciò, c’è chi identifica il fondatore e iniziatore dello streetwear in Shawn Stussy, che ha fondato l’omonimo marchio di abbigliamento. Stussy ha avuto l’abilità di unire arte, cultura surf e hip hop della contea di Orange County, California, arrivando a colpire e influenzare New York e il Giappone. Stussy rientra sicuramente non solo tra i colossi e fondatori del movimento, ma anche tra uno dei pochi brand che restano in piedi da anni senza perdere colpi, avanzando in maniera eccellente con il tempo che, inevitabilmente, passa e cambia la realtà circostante.




Ed è qui che ci rendiamo conto di quanto sia dura attribuire il titolo di Padre dello Streetwear a un singolo individuo. Perché per quanto Shawn Stussy possa essere stato influente negli anni, quando il movimento non era ancora riconosciuto come tale in tutto il mondo, ogni nazione, paese, città stava sviluppando lo streetwear a seconda della realtà culturale che viveva.

Fu a metà degli anni novanta nel quartiere di Harajuku, in particolare nell'area di Urahara, che significa "ciò che sta dietro o nascosto", che lo streetwear iniziò a guadagnare particolare rilevanza. A quel tempo Urahara si costituiva di soli quattro isolati, ma era già il quartiere più innovativo in termini di moda, per la presenza di varie boutique, molte delle quali addirittura senza nome, di diversi stili, ma in qualche modo collegate a ciò che stava accadendo negli Stati Uniti. Tra queste c'era Nowhere , che, come suggerisce il nome, era esattamente quello, un posto che non voleva attirare l'attenzione, che viveva del passaparola, prima di Internet, di ragazzi delle scuole superiori che si chiedevano gli uni agli altri dov'è che avevano comprato quella t-shirt o quelle scarpe. Dietro a Nowhere c'era Jun Takahashi , che in seguito avrebbe creato una delle marche indiscusse di riferimento, Undercover , e Nigo , fondatore di A Bathing Ape .


Cosa rappresenta lo streetwear ?


 

La risposta a questa domanda è l’unica chiave in grado di sfatare il mito che gira attorno allo streetwear. Questo non la rende universale o facile da trasmettere, ma è sicuramente il punto essenziale che ha permesso la sua nascita e permanenza all’interno di qualsiasi cultura nel mondo.

Shawn Stussy, Bobby Hundreds, Edison Chen, Erik Brunetti, James Jebbia, e moltissimi altri non hanno iniziato a creare con lo scopo di guadagnare, hanno iniziato a creare perché avevano un messaggio da trasmettere, avevano una necessità da colmare, avevano una passione che li motivava. Poi hanno capito che con i soldi ricavati dalla passione avrebbero potuto pagare l’affitto e molto altro, ma questa è tutta un’altra storia.

Dunque, all’epoca, coloro che acquistavano le T-shirt non le compravano perché erano esteticamente belle, perché si abbinavano molto bene con quel jeans che avevano appena comprato o perché facevano tendenza, piuttosto acquistavano le loro T-shirt perché indossandole avrebbero rappresentato una storia, un’ideologia, uno stile di vita nel quale si identificavano e del quale si sentivano parte.


Il motivo per il quale oggi questo movimento culturale non viene comunemente considerato tale è che molti designer hanno gettato la loro passione e dimenticato il motivo che li spinse a iniziare vendendosi al dio denaro, ovvero affiliando il loro brand a diverse case di alta moda. Così facendo hanno dato il via a un effetto domino in cui la reputazione dello streetwear in quanto tale è calata e ha, in parte, smesso di trasmettere e creare e iniziato a produrre e vendere. Di conseguenza molti hanno smesso di identificarsi e far parte dell’ideologia – che spesso non c’è – piuttosto hanno iniziato ad acquistare perché "è bello e va di moda".

A questo punto non emetteremo un giudizio, abbraccerò con il pensiero l’idea che, come ho già detto parlando di Shawn Stussy, il tempo inevitabilmente passa e porta il cambiamento, dobbiamo essere noi bravi ad adattarci o, nel caso in cui l’adattamento non fosse la nostra prima scelta, distinguerci rimanendo fedeli a quello in cui crediamo e vogliamo essere.

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